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"Ucciderò Mefisto, ho pensato, e questo è quanto". Così recita l'incipit di "Ucciderò Mefisto", nuovo romanzo di Valter Binaghi uscito per l'editore bolognese PerdisaPop. Una novella dalla forza prodigiosa, in cui il mito faustiano e la realtà contemporanea danzano insieme, guidati dalla voce di uno scrittore tra i più acuti e originali dell’attuale narrativa italiana. Valter Binaghi si è occupato di controcultura e movimenti giovanili come redattore della rivista “Re Nudo” e curando per Arcana alcuni volumi dedicati alla musica pop (Pink Floyd, 1978; Lou Reed, 1979; Punk, 1978; Eroi e canaglie della musica pop, 1979). Ha pubblicato i romanzi: L’ultimo gioco, scritto con Edoardo Zambon (Mursia, 1999), Robinia Blues (Dario Flaccovio, 2004), La porta degli Innocenti (Dario Flaccovio, 2005), I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti cronista padano (Sironi, 2007), Devoti a Babele (Perdisa Pop, 2008). L'ho incontrato per parlarci della sua novella.
Ciao Valter, benvenuto su Sick girl. La prima domanda che ti vorrei porre è: chi è Valter Binaghi? Ti puoi presentare ai nostri lettori?
Sono un ragazzo del ’77, nel senso che a quell’epoca avevo vent’anni. Ho avuto una giovinezza un po’ rivoluzionaria e un po’ tossica, e credo che quello che mi ha salvato dalla delusione storica e dal delirio narcisistico delle droghe sia stata la volontà di sapere. Lo studio e poi l’insegnamento della filosofia sono stati per molti anni il mio unico modo dell’essere sociale, dopo che avevo fatto esperienze editoriali molto precoci (a vent’anni ero in redazione di Re Nudo e prima del ’78 avevo pubblicato con Arcana quattro libri sulla musica) e poi mi ero obbligato al silenzio. Ho ripreso a scrivere a quarant’anni e dal ’99 al 2010 ho pubblicato sette romanzi, con diversi editori.
"Vede, io conosco il segreto della creatività di Fausto... I suoi romanzi li trovava nelle scatole di Margherita". E Valter Binaghi, dove trova le sue storie?
In un triangolo misterioso che si crea tra biografia, cronaca e mito. C’è sempre qualcosa della mia vita in ciò che scrivo, ma anche l’eco di quello che accade in questo paese, e la rilettura di tutto ciò nella filigrana del mito, in cui sono tracciati potenti archetipi, forme originarie che rappresentano le possibilità umane, scavate nella nostra memoria ancestrale fin dalla notte dei tempi.
L'assassino, Fausto, ha un animale guida che lo accompagna attraverso i ricordi, per collegare i brandelli dolorosi della vicenda. Anche tu hai un animale guida? O forse hai dato un volto alla coscienza?
Quello che scrivo a proposito dell’airone è uno degli aspetti biografici di “Ucciderò Mefisto”: comparso nei miei sogni e nei miei disegni improvvisamente, come un’irruzione, in un momento molto particolare della mia vita, tanti anni fa. Era la mia guida per una svolta.
Il tuo amore per la poesia traspare dalle pagine del tuo ultimo romanzo. Vuoi parlarcene?
In realtà io sono stato “risvegliato” alla poesia (verso la quale per molto tempo ho provato un interesse distratto, poco più che scolastico) da mia moglie, Roberta Borsani, che ne scrive (ha pubblicato una raccolta nel 2009, “Il rosaio d’inverno”) e ne legge da sempre. Diciamo che Roberta è la porta attraverso cui anche un animo schiettamente prosastico e concettoso come il mio ha avuto accesso al regno incantato delle immagini.
"Ucciderò Mefisto" è anche una storia d'amore. Potente e lacerante...
Un amore per sempre, anche se scoperto tardivamente, è l’unica redenzione che conosco dallo sperpero dei giorni e dalla superficialità delle emozioni. Ho voluto scrivere questa storia, anche per mandare un messaggio al mio tempo: il gaio nichilismo in cui galleggiamo un po’ tutti ha buttato via insieme al puro formalismo del matrimonio borghese anche la serietà dell’amore inteso come dono di sé totale e senza condizioni. In questo modo è come se la libertà tagliasse il ramo su cui è seduta. C’è vera liberta solo nel darsi totalmente, molto più che nello sciogliersi (peraltro spesso necessario) da un legame divenuto oppressivo.
Nel romanzo c'è anche spazio per un impietoso ritratto dell'ambiente letterario odierno. Puoi dirci cosa significa per te essere scrittore?
Ho diversi amici scrittori, cui voglio anche molto bene, ma nel complesso l’ambiente letterario è deludente. Si pubblica troppo e male, la critica ha lasciato il posto allo strapotere della promozione editoriale, e poi diciamolo francamente, i tempi sono meschini. Non si possono scrivere grandi libri se non ci sono grandi vite da raccontare. Per questo io personalmente mi rivolgo più al mito che alla cronaca per interpretare la mia parabola personale, che è comunque la sostanza viva di ogni scrittura.
Tra le altre compare una citazione del Faust di Goethe. Quali sono le tue principali fonti d'ispirazione?
“Ucciderò Mefisto” si potrebbe definire una riscrittura della leggenda del Faust. In Goethe Faust si salva alla fine grazie all’istancabile tensione alla realizzazione di sé, cui Goethe attribuisce un valore redentivo. Io credo che Goethe abbia santificato solo una forma nobile del narcisismo: personalmente sono invece convinto che non c’è redenzione se non nell’amore, e così ho riscritto la vicenda di conseguenza. Diciamo che tra le mie fonti principali d’ispirazione c’è lo “scarto”, il momento in cui un’esistenza è messa alle strette e obbligata a compiere un salto qualitativo, che non ha niente a che vedere con la crescita continua e costante, è piuttosto una rottura, anche dolorosa. Oggi m’interessa soprattutto rappresentare questo.
C'è qualcosa di autobiografico nella vicenda narrata? O forse hai regalato qualcosa di tuo, una passione o un difetto ai tuoi personaggi?
Chi ama è sempre esposto al duplice rischio del tradimento: tradire ed essere traditi, non solo nel solito senso banale e tutto sommato secondario del sesso, ma in quello più profondo di misconoscere e disertare l’amore che l’altro ci ha dato. Se c’è un peccato, è quello contro l’amore, e di questi ne ho commessi tanti, un po’ in tutta la vita. La consapevolezza di avere ferito l’altro è il principio del risveglio, e l’unica possibilità offerta all’Io di smettere di essere solo un pronome abusato: togliersi dalla faccia l’alibi della maschera e diventare Uno con ciò che è riconosciuto più alto e più nobile. La perla rara di cui parla il Vangelo: quella che spinge il mercante a vendere tutti gli altri suoi beni per acquistarla.
Parlaci dei tuoi progetti futuri.
In aprile torno alle origini: un libro sul grande musicista Johnny Cash, a cui ho lavorato con mio figlio Francesco, uscirà per i tipi dell’editore Arcana. In maggio-giugno uscirà un mio romanzo storico, “I custodi del Talismano”, per Eumeswil. In agosto “Il Giallo Mondadori presenta” ripubblicherà il mio primo romanzo, “Robinia Blues”, ormai introvabile. Alla fine dell’anno o al principio del 2011 un giallo che ha per protagonista un giocatore d’azzardo uscirà per Newton & Compton. Attualmente sto lavorando a un romanzo d’ambiente familiare, la storia di un padre separato che vive con la figlia adolescente, di cui stenta a comprendere i cambiamenti e i sogni.
E come d'abitudine finiamo l'intervista con la domanda di rito: puoi dirci qualcosa di sick?
Lo scrittore prova sempre a sedurre con ciò che scrive, ma poi la lettrice s’innamora del protagonista, mica di lui. Nella distanza tra i due, si consuma il residuo carnale dell’arte.
Per saperne di più: PerdisaPop